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SULLO JATO PER
LA Alto solo 852 metri eppure inaccessibile via terra,
soltanto un passaggio intagliato nella roccia consente di salire in vetta al
monte. Ricche di storia e reperti, la valle e la sua cima richiamano studiosi
anche d'oltralpe. Ma natura e paesaggio, per bellezza e interesse, non sono
certo da meno
L'
alta valle dello Jato è un sistema territoriale collinoso a ridosso della città
di Palermo, attraversato da due fiumi principali Jato e Belice destro, e
contornato da rilievi aspri se non talvolta inaccessibili, dalle calde tinte
rosa dorate, dalle altezze variabili fra i 640 m. dei monti Billiemi, e i 1333
m. del
monte la Pizzuta. L'accesso
alla valle proveniendo da Palermo avviene oggi sia tramite la S.V Palermo Sciacca
o tramite una strada provinciale dal percorso tortuoso, ma ricca di
suggestioni paesaggistiche. Varcata la Portella della Paglia si offre allo
spettatore un paesaggio dal respiro ampio e riposante, e allo
"studioso" le molteplici valenze naturalistiche, ambientali e storiche
tutte da scoprire. Le
vicende umane che hanno interessato la valle dello lato hanno lasciato tracce
ben visibili che ci consentono oggi di rileggere a ritroso nel tempo schegge
delle vicende degli antichi progenitori, abitanti di questi luoghi e di
rilevanti fenomeni geologici, che hanno modellato l'assetto attuale della valle.
I cacciatori raccoglitori del neolitico nelle grotte del monte Mirabella hanno
lasciato tracce di sé nelle figure femminili e animali dalle tinte bruno
rossicce ricollegabili a due ordini di stili, astratto e naturalistico. La storia di monte lato è stata investigata in maniera esemplare con scrupolo e
costanza dal 1971 dal prof. H.P. Isler dell'istituto di archeologia
dell'università di Zurigo, tracciando le principali coordinate storiche della
vita materiale e artistica sulla base dei rinvenimenti archeologici (notevoli le
monumentali sculture di menadi e satiri del IV sec. a.C. circa ritrovate nel
1973), e della storia politica sulla base delle fonti scritte che ci fanno
sapere la posizione e le alleanze della città di Iaitas prima con i Punici nel
IV sec. e poi con i Romani nel III e Il sec. a.c. In epoca medievale Jato
divenne araba fino all'undicesimo secolo per terminare la sua storia nel 1246
dopo essere stata distrutta da Federico Il. Le
principali emergenze architettoniche tratte dall'oblio del tempo dall'equipe del
prof. Isler sono oggi ammirabili in situ nelle loro peculiari configurazioni e
sono: il teatro che poteva ospitare 4000 spettatori nella sua cavea a
semicerchio poggiante in maniera canonica su un pendio naturale; l'Agora o
piazza principale di m 40 x 50 tutta pavimentata con basole poste diagonalmente,
il Bouleuterion del Il sec. a.C. (sede del senato), tipologicamente idèntico a
quello di Akrai, di Morgantina e di Solunto; la casa denominata a peristilio,
esempio nobile di edilizia residenziale, decorata con intonaci bianchi e zoccolo
rosso del IV sec. a.C. e addossata a questa il santuario attribuito ad Afrodite
del VI sec. a.C.; le possenti mura a difesa dei punti più deboli del pianoro. Del
periodo medievale legato alle vicissitudini dell'assedio dei re normanni,
operato nei confronti dei ribelli musulmani, rimangono, sul monte, le tracce dei
circuiti murari dei due castelli (ancora da sottoporre a investigazione
archeologica). Se monte Jato è il fulcro centrale, sia in senso storico sia
abitativo, sia per continuità dell'alta valle dello Jato, non meno
significativi sono le presenze di altri siti archeologici procure, masserie,
mulini, opifici che caratterizzano
il suo intorno. Nell'
ex feudo "Fegotto" (così denominato in una carta topografica
dell'arcivescovato di Monreale del XVI sec.) è ubicata la masseria detta della
procura, di cui si può datare il nucleo originale al XIII sec. Oggi fatiscente,
ridotta allo stato di rudere, è importante per la storia della valle dello Jato
per due ordini di fattori: il primo, per la sua collocazione a controllo del
passo che anticamente collegava la valle con Monreale (di cui era tributaria).e
Palermo, regolamentando il flusso delle derrate (grano): e il secondo perché
edificata su un blocco di travertino che ingloba in sé i resti fossili,
perfettamente leggibili di foglie, tronchi, rami e pollini di una ricca
vegetazione non più paragonabile a quella attuale. Il prof. Enzo Burgio
direttore dell'osservatorio Paleontologico Gemmellaro di (Palermo), ha definito,
per bellezza e interesse scientifico, singolare e unica questa formazione,
soprattutto in relazione alla ricchezza varietale delle associazioni vegetali
riscontrate. La
formazione del blocco di travertino sembra possa farsi risalire ad un milione di
anni fa a causa di una serie favorevole di fattori concomitanti, quali il clima,
ma soprattutto per la presenza in tempi passati di sorgenti di acque termali
(condizione essenziale per la formazione del travertino). Con la distruzione di
Giato (così veniva chiamata in epoca medievale la città sita sul monte) nel
1246 e del sistema organizzativo agricolo degli arabi, la valle subisce un
tracollo delle attività economiche e dell'insediamento umano, che solo
lentamente si riorganizzerà con insediamenti stabili urbani ed insediamenti
estensivi. Il primo nucleo urbano, in ordine di tempo, a ridosso della valle
Jato è Piana dei Greci fondata nel 1488 da una colonia di profughi albanesi,
che in breve espandendosi estenderà i suoi interessi anche nella valle e
appoggerà Alessandro Galletti, banchiere, tesoriere del regno ed esportatore di
grano, nella richiesta di realizzare dei mulini nel feudo della chiusa nel 1508.
E proprio nel XVI e XVII sec. che avvengono i più vistosi fenomeni di
ricolonizzazione della valle ad opera di mercanti e banchieri palermitani di
origine pisana che, privatizzando con il sistema dell'enfiteusi vasti feudi,
realizzano un'economia latifondistica basata sulla produzione del grano,
costruendo nel territorio notevoli manufatti architettonici rurali non privi
talvolta di pregi (masserie). Architetture risalenti a tale periodo e ancora
esistenti nei nuclei originali sono le masserie: Guastella, Chiusa, Dammusi,
Pietralunga. Bisogna aspettare il XVIII e XIX sec., con l'espulsione dei gesuiti che hanno avuto grande parte nella riorganizzazione del territorio in senso “protocapitalistico”, e l'esproprio dei loro beni, per vedere nascere nuovi paesi quali San Giuseppe Jato, San Cipirello e Camporeale. Ed è a queste nuove popolazioni che viene demandato il compito di salvaguardare e custodire in maniera sensibile l'enorme patrimonio ricevuto, per connetterlo utilmente alle attuali esigenze di sviluppo economico, culturale e territoriale. © 2002 pietroales@tiscalinet.it |