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SULLO JATO PER LA "SCALA U FERRU"

Alto solo 852 metri eppure inaccessibile via terra, soltanto un passaggio intagliato nella roccia consente di salire in vetta al monte. Ricche di storia e reperti, la valle e la sua cima richiamano studiosi anche d'oltralpe. Ma natura e paesaggio, per bellezza e interesse, non sono certo da meno

L' alta valle dello Jato è un sistema territoriale collinoso a ridosso della città di Palermo, attraversato da due fiumi principali Jato e Belice destro, e contornato da rilievi aspri se non talvolta inaccessibili, dalle calde tinte rosa dorate, dalle altezze variabili fra i 640 m. dei monti Billiemi, e i 1333 m. del monte la Pizzuta.

L'accesso alla valle proveniendo da Palermo avviene oggi sia tramite la S.V Palermo Sciacca o tramite una strada  provinciale dal percorso tortuoso, ma ricca di suggestioni paesaggistiche. Varcata la Portella della Paglia si offre allo spettatore un paesaggio dal respiro ampio e riposante, e allo "studioso" le molteplici valenze naturalistiche, ambientali e storiche tutte da scoprire.

Le vicende umane che hanno interessato la valle dello lato hanno lasciato tracce ben visibili che ci consentono oggi di rileggere a ritroso nel tempo schegge delle vicende degli antichi progenitori, abitanti di questi luoghi e di rilevanti fenomeni geologici, che hanno modellato l'assetto attuale della valle.  I cacciatori raccoglitori del neolitico nelle grotte del monte Mirabella hanno lasciato tracce di sé nelle figure femminili e animali dalle tinte bruno rossicce ricollegabili a due ordini di stili, astratto e naturalistico.

  Le comunità eneolitiche ci hanno lasciato testimonianze dei loro insediamenti d'altura e numerose necropoli di cui alcune a carattere monumentale. Vale per tutte la tomba a tholos di monte Reitano, intagliata dagli uomini dell'età del bronzo, negli affioranti banchi di arenaria. L'importanza di queste tombe ancora misconosciute, dal diametro di circa 4 IO m per 7 m di altezza, è nell'essere ancora in ottimo stato di conservazione, di collegarsi tipologicamente alle più famose tholos della Gurfa nel territorio di Alia e nel testimoniare in maniera "indelebile" l'unità culturale degli antichi abitatori erranti del bacino del Mediterraneo. Nell'ambito del comprensorio dell'alta valle dello Jato elemento centrale è l'area archeologica di monte lato ai cui piedi si stendono con là loto maglia urbanistica ortogonale i due moderni paesi del XVIII e XIX sec. di San Giuseppe Jato e San Cipirello. il monte lato (852 m. s.l.m.), inaccessibile per i ripidi pendii tranne che da est e da un mitico passaggio, a nord-est, noto localmente come "scala u ferru", ha alla sua sommità un pianoro stretto ed esteso longitudinalmente, che ha ospitato insediamenti protostorici documentati da reperti a partire dal I° millennio a.C.

La storia di monte lato è stata investigata in maniera esemplare con scrupolo e costanza dal 1971 dal prof. H.P. Isler dell'istituto di archeologia dell'università di Zurigo, tracciando le principali coordinate storiche della vita materiale e artistica sulla base dei rinvenimenti archeologici (notevoli le monumentali sculture di menadi e satiri del IV sec. a.C. circa ritrovate nel 1973), e della storia politica sulla base delle fonti scritte che ci fanno sapere la posizione e le alleanze della città di Iaitas prima con i Punici nel IV sec. e poi con i Romani nel III e Il sec. a.c. In epoca medievale Jato divenne araba fino all'undicesimo secolo per terminare la sua storia nel 1246 dopo essere stata distrutta da Federico Il.

Le principali emergenze architettoniche tratte dall'oblio del tempo dall'equipe del prof. Isler sono oggi ammirabili in situ nelle loro peculiari configurazioni e sono: il teatro che poteva ospitare 4000 spettatori nella sua cavea a semicerchio poggiante in maniera canonica su un pendio naturale; l'Agora o piazza principale di m 40 x 50 tutta pavimentata con basole poste diagonalmente, il Bouleuterion del Il sec. a.C. (sede del senato), tipologicamente idèntico a quello di Akrai, di Morgantina e di Solunto; la casa denominata a peristilio, esempio nobile di edilizia residenziale, decorata con intonaci bianchi e zoccolo rosso del IV sec. a.C. e addossata a questa il santuario attribuito ad Afrodite del VI sec. a.C.; le possenti mura a difesa dei punti più deboli del pianoro.

Del periodo medievale legato alle vicissitudini dell'assedio dei re normanni, operato nei confronti dei ribelli musulmani, rimangono, sul monte, le tracce dei circuiti murari dei due castelli (ancora da sottoporre a investigazione archeologica). Se monte Jato è il fulcro centrale, sia in senso storico sia abitativo, sia per continuità dell'alta valle dello Jato, non meno significativi sono le presenze di altri siti archeologici procure, masserie, mulini, opifici  che caratterizzano il suo intorno. 

Nell' ex feudo "Fegotto" (così denominato in una carta topografica dell'arcivescovato di Monreale del XVI sec.) è ubicata la masseria detta della procura, di cui si può datare il nucleo originale al XIII sec. Oggi fatiscente, ridotta allo stato di rudere, è importante per la storia della valle dello Jato per due ordini di fattori: il primo, per la sua collocazione a controllo del passo che anticamente collegava la valle con Monreale (di cui era tributaria).e Palermo, regolamentando il flusso delle derrate (grano): e il secondo perché edificata su un blocco di travertino che ingloba in sé i resti fossili, perfettamente leggibili di foglie, tronchi, rami e pollini di una ricca vegetazione non più paragonabile a quella attuale. Il prof. Enzo Burgio direttore dell'osservatorio Paleontologico Gemmellaro di (Palermo), ha definito, per bellezza e interesse scientifico, singolare e unica questa formazione, soprattutto in relazione alla ricchezza varietale delle associazioni vegetali riscontrate.

La formazione del blocco di travertino sembra possa farsi risalire ad un milione di anni fa a causa di una serie favorevole di fattori concomitanti, quali il clima, ma soprattutto per la presenza in tempi passati di sorgenti di acque termali (condizione essenziale per la formazione del travertino). Con la distruzione di Giato (così veniva chiamata in epoca medievale la città sita sul monte) nel 1246 e del sistema organizzativo agricolo degli arabi, la valle subisce un tracollo delle attività economiche e dell'insediamento umano, che solo lentamente si riorganizzerà con insediamenti stabili urbani ed insediamenti estensivi. Il primo nucleo urbano, in ordine di tempo, a ridosso della valle Jato è Piana dei Greci fondata nel 1488 da una colonia di profughi albanesi, che in breve espandendosi estenderà i suoi interessi anche nella valle e appoggerà Alessandro Galletti, banchiere, tesoriere del regno ed esportatore di grano, nella richiesta di realizzare dei mulini nel feudo della chiusa nel 1508. E proprio nel XVI e XVII sec. che avvengono i più vistosi fenomeni di ricolonizzazione della valle ad opera di mercanti e banchieri palermitani di origine pisana che, privatizzando con il sistema dell'enfiteusi vasti feudi, realizzano un'economia latifondistica basata sulla produzione del grano, costruendo nel territorio notevoli manufatti architettonici rurali non privi talvolta di pregi (masserie). Architetture risalenti a tale periodo e ancora esistenti nei nuclei originali sono le masserie: Guastella, Chiusa, Dammusi, Pietralunga.

Bisogna aspettare il XVIII e XIX sec., con l'espulsione dei gesuiti che hanno avuto grande parte nella riorganizzazione del territorio in senso “protocapitalistico”, e l'esproprio dei loro beni, per vedere nascere nuovi paesi quali San Giuseppe Jato, San Cipirello e Camporeale. Ed è a queste nuove popolazioni che viene demandato il compito di salvaguardare e custodire in maniera sensibile l'enorme patrimonio ricevuto, per connetterlo utilmente alle attuali esigenze di sviluppo economico, culturale e territoriale.    

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